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Signor Sindaco, l'alto onore che
Ella e il Consiglio Comunale di Urbino hanno voluto concedermi - e in una sede
che sembra fatta a posta per sottolineare l'estrema modestia dei miei meriti -
mi commuove e mi lascia senza possibilità di ringraziarLa degnamente, come
vorrei. Il riconoscimento mi tocca in
modo particolare perché viene a consacrare una lunga, lunghissima consuetudine
del cuore e nello stesso tempo mi costringe a fare un piccolo bilancio dei miei
rapporti con Urbino, scrivere da una parte il grosso peso dei miei debiti e
dall'altra quello esile e fragile dei miei crediti. Basterà tenere presente queste
due partite per capire che io non meritavo questa festa o, meglio ancora, che la
merito soltanto a un patto, che io, cioè, la riporti nel quadro di altri
rapporti, delle relazioni che passano fra Città di Urbino e Università Libera di
Urbino, di cui io oggi sono indegnamente il rappresentante. Nell'ottobre scorso si sono
compiuti vent'anni da quando sono venuto per la prima volta in Urbino,
accompagnato dal mio primo Preside, prof. Rebora. Venivo per iniziare il mio
insegnamento come incaricato di letteratura francese della nuova Facoltà di
Magistero: sono passati venti anni, sono ancora qui, non ho fatto la solita
carriera universitaria legata a tappe ben precise, ma penso di aver guadagnato
molto in questo cambio di rotta o, soltanto, in questo rallentamento di tempi.
Quello che ho imparato a Urbino sul piano umano vale molto di più per una buona
intelligenza della vita: è di per sé un premio. Quando sono arrivato, in quella
lontana domenica d'ottobre del 1938, portavo con me soltanto il piccolo bagaglio
della mia cultura, era soprattutto un letterato di avanguardia che aveva
costruito - un po' per ragioni di natura, un po' perché spinto dalle ragioni del
tempo che allora non erano fatte per consolare - tutto il suo edificio al di
fuori della realtà. La cultura era una operazione chiusa da svolgersi lontano
dal contatto con gli altri uomini. Fu allora che cominciai a godere qualcosa, a
guadagnare dall'Università: quella cultura si era rivelata inutile, bisognava
adattarla alla misura degli studenti, a chi chiedeva una forma di dialogo più
umile e più concreto. Non fu facile ritagliarmi sulla vecchia sagoma ambiziosa e
segreta un'immagine più aderente, più viva ma alla fine riuscii a trovare che
cosa era necessario per parlare, per farsi capire, insomma per stabilire quel
contatto senza di cui la scuola muore. Infine quando i colleghi nel 1947
mi elessero Rettore ebbi modo di allargare ancora di più il campo della visione
pratica. Fino a quel momento, pur avendo fato uno sforzo per accostarmi agli
studenti, le cose erano rimaste sul piano puramente culturale: ignoravo quello
che è il fondo primo della vita, intravedendo soltanto, e dal di fuori,
l'enorme massa di problemi diretti che angosciava l'esistenza dei nostri
studenti. Da allora ho avuto modo di fare
una grande pratica di vicende, di dolori, di pene: lo studente che batte alle
porte del Rettore, quando riesca a superare lo stato di timidezza e di riserbo,
è molto diverso dallo studente che vediamo a lezione o agli esami. Egli porta
con sé tutto il capitale di memorie, porta il segno delle sue tradizioni, della
sua educazione, della sua famiglia: insomma porta il volto vero che per forza di
cose viene trascurato o lasciato in ombra nelle relazioni ufficiali. In questo
modo cominciai ad avere l'esatta proporzione delle cose: l'Università non poteva
essere soltanto un luogo d'incontro, una sede, un centro culturale ma qualcosa
di più vasto e intimo insieme. Da quel momento ho sempre considerato la nostra
Università come una famiglia, come qualcosa di vivo e che non dovesse essere
limitato al giuoco accademico. Naturalmente a rendere più efficace, più radicata
questa impressione avevano contribuito la natura stessa della nostra Università
e il grande esempio, che avevo avuto modo di seguire e di conoscere, del nostro
indimenticato Rettore, il prof: Canzio Ricci. Generalmente fra professore e
Università passa un doppio rapporto: anzitutto un rapporto puramente economico,
dove l'Università è il datore di lavoro e il professore l'operaio e poi quello
che costituisce l'anima stessa della missione educatrice. Ebbene per i
professori della nostra Università c'è un terzo rapporto, fondato su un
sentimento, su qualcosa che ci lega intimamente alla difficile libertà
dell'Ateneo: io penso che ognuno di noi provi appunto questa sensazione di
unità, una partecipazione che non può essere soddisfatta nel quadro delle
semplici funzioni e di doveri e che ci consente inoltre di non sentirci fra noi
soltanto colleghi. Sono sicuro di interpretare il pensiero dei miei amici
dicendo che qualcosa di profondo do 'nostro' ci lega ala vita della nostra
Università. Ma da chi abbiamo imparato tutto
questo, chi ci ha insegnato a essere prima di tutto uomini, chi ci ha messo in
mano non una ferula ma il segno dell'amicizia, della colleganza, dell'unità
degli sforzi? Non occorre che vi ripeta un nome che oggi come tanti anni fa è
ancora vivo e intatto, per me come per tutti quelli che sono passati da Urbino -
e sono i più - alcuni sono fra i nomi più belli della cultura universitaria
della Nazione. Il Professore Canzio Ricci, nei venti anni del suo inimitabile
rettorato, ha insegnato a tutti come si possa essere veri nell'umiltà e più
ricchi nella consuetudine dell'amicizia. E' , dunque, a Lui e a tutti i colleghi
che ho conosciuto e imparato a stimare in così lungo spazio di tempo e che mi
hanno aiutato, sostenuto e incoraggiato. Vorrei avere il tempo di illuminare il
loro nome, vorrei per ognuno trovare il segno della riconoscenza, e penso in
modo particolare a quelli che mi sono restati vicino e che con la loro dottrina
danno lustro alla nostra famiglia: ma consentite che ricordi almeno con voi
quelli che non torneranno mai più fra noi e i cui nomi sono chiusi nel cuore:
Bernardi, Cusin, Scaglioni. Sono, dunque, queste preziose
qualità umane a fare dell'Università una sede unica per chi intende cercare
nella scuola qualcosa di più profondamente legato alla radice della vita. Ora io non ho ancora finito di
imparare, di correggere il mio naturale distacco dalle cose, dalla realtà e
questo dono che mi è stato fatto, che mi si fa ancora di umanità vale molto di
più di quello che, bene o male, ho fatto e della piccola parte di dottrina che
sono in grado di mettere a disposizione dei miei studenti. Perché se mi chiedo
"che cosa ho fatto?2, misuro soltanto le velleità, omissioni, insomma quasi
nulla. Quando devo tirare le somme di vent'anni di insegnamento e di dodici anni
di rettorato, non posso che restare sgomento di fronte al mio debito. Ma passato
questo tempo di incertezza e di stupore, faccio una promessa che non vale
soltanto per me ma per tutti i miei Colleghi e per i funzionari dell'Università.
Voglio che sia una promessa solenne, sinceramente dichiarata davanti a Lei,
signor Sindaco, e alla Giunta e al Consiglio Comunale, davanti alle Autorità che
hanno voluto rendere più solenne la cerimonia e infine di fronte alla
cittadinanza, a questo popolo gentile di Urbino: prometto che faremo tutto il
possibile non solo per difendere l'Università ma anche per potenziarla, per
renderla sempre più agile, viva, attuale. C'è un patrimonio incalcolabile
che traspare dagli ori delle memorie e della tradizione, c'è un fondo di
rispetto e di amore per l'uomo che proprio in questo stupendo palazzo ha avuto,
molti secoli fa, la sua straordinaria consacrazione, ebbene noi aspiriamo - se
non è un'ambizione troppo alta - a mantenere viva quella luce, a fare in modo
che l'Università rappresenti per Urbino non una scuola particolare, dove la
libertà, i diritti dell'uomo siano costantemente rispettati e nell'insegnamento
e nei rapporti con i nostri studenti. E' un duro lavoro di inserimento:
lasciatelo dire a chi viene da un paese forse altrettanto bello ma non toccato
dalla storia, dal lavoro più alto degli uomini, lasciatevelo dire: la memoria di
Urbino è troppo forte, a volte appare schiacciante, quasi certamente quello che
è stato fatto qui, quella coincidenza unica di miracoli del Rinascimento non si
verificherà più, ebbene non importa, imitarlo da uomini di oggi e nel segno
dell'amore, della pietà e della carità per gli uomini, in un mondo che sembra
aver dimenticato questi limiti indispensabili. E dico "noi", dico "dobbiamo"
perché oggi non parlo soltanto come un professore o il Rettore dell'Università
ma come un cittadino di Urbino, con la speranza che un onore si traduca
immediatamente in una forma di attiva collaborazione. Ed è come cittadino che
voglio qui ringraziare il Sindaco e tutti gli altri cittadini di Urbino che
tengono alta nel cuore l'Università e hanno imparato a sentirla viva, aperta,
gelosa della sua antichissima libertà. |
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